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Jorge Olaechea C.
[Questo articolo è
stato pubblicato in: Ricerca di Senso, Vol. 4, n. 2, giugno 2006,
pp. 181-194]
«Allers è oggi più che mai attuale,
semplicemente perché le sue scoperte e conoscenze sono senza tempo»
(Frankl, 2001, p. 213). Così si esprimeva Viktor Frankl nel suo
discorso alla XIV Assemblea generale ordinaria della Società medica
austriaca per la psicoterapia, realizzatasi nel marzo del 1964. Alcuni
mesi prima era morto negli USA Rudolf Allers, considerato da Frankl una
delle persone «che avrebbero esercitato su di me un notevole e duraturo
influsso» (Frankl, 1997, p. 39).
L’attualità a cui Frankl fa riferimento
è rimasta purtroppo nell’oblìo, insieme all’approfondimento
della vasta opera di questo autore, che rimane ancora tutto da riscoprire.
In questo contesto il presente lavoro si pone come una breve introduzione
alla figura di Allers, cercando allo stesso tempo di offrire qualche accenno
sul suo pensiero.
1. Dai primi anni fino alla prima guerra mondiale
Rudolf Allers nasce a Vienna, il 13 gennaio 1883, figlio
di Mark Allers, medico, e di Augusta Grailich. Battezzato lo stesso anno
nella famosa Votivkirche di Vienna, riceverà la sua prima educazione
a casa, poiché il padre doveva spostarsi frequentemente per motivi
di lavoro. Anche se formato nella religione cattolica, egli stesso riconoscerà
di non aver sviluppato in famiglia una fede reale (Hoehn, 1948, p. 6).
Coltiva invece un grande interesse per l’arte, la musica, le lingue
- a casa Allers si parlavano correntemente, oltre al tedesco, l’inglese
e il francese -, e soprattutto per i libri, che non lo lasceranno fino
alla morte.
Terminati gli studi ginnasiali, nel 1902 Allers inizia
gli studi di medicina, convinto «che la scienza medica poteva rappresentare
per il suo spirito una larga via aperta sul mondo umano, una chiave preziosa
che gli avrebbe potuto disserrare i misteri della vita umana fino ad introdurlo
nei sacri penetrali dell’anima» (Titone, 1957, p. 21). Anche
se ha ancora la possibilità di ascoltare le lezioni di Sigmund
Freud all’Università di Vienna, il nostro autore non entrerà
in contatto serio con la psicoanalisi fino al 1908, anno in cui viene
nominato assistente alla Clinica per Malattie Nervose e Mentali dell’Università
Tedesca a Praga (sotto la guida di Arnold Pick). Qui conosce il dott.
Otto Pötzl, che presenterà al nostro giovane medico la prospettiva
psicoanalitica, della quale diventerà in seguito un «seguace
entusiasta» (Allers, 1922, p. 15). Divenuto psichiatra, nel 1909
viene trasferito alla Clinica Psichiatrica di Monaco di Baviera, dove
lavora come assistente di Emil Kraepelin, uno dei fondatori della psichiatria
moderna.
Precedentemente, nel 1908, si era sposato con Carola
Meitner, di famiglia ebrea, sorella della nota scienziata Lise Meitner
(autrice insieme a Otto Hahn di diverse scoperte di fisica nucleare).
Nel suo soggiorno a Monaco Allers entra in contatto con il circolo fenomenologico
di questa città, in modo particolare con Max Scheler e la sua proposta
antropologica, allontanandosi allo stesso tempo dalle idee della psicoanalisi.
Nel 1913 Allers intraprende una delle attività
che amerà maggiormente: l’insegnamento universitario, come
istruttore di psichiatria nella Scuola di Medicina dell’Università
di Monaco. La prima guerra mondiale, però, interrompe il suo lavoro
d’insegnamento e lo vede impegnato al fronte come chirurgo. Frutto
di questi anni, oltre ai riconoscimenti della Croce Rossa, sarà
il suo primo libro, intitolato Über Schädelschüsse. Probleme
der Klinik und der Fürsorge (1916). In esso Allers fa convergere
le sue accurate ricerche sui traumi fisici e psicologici generati nei
soldati dai colpi in testa durante la guerra. È visibile già
in questo lavoro giovanile il tentativo di trovare le connessioni tra
problemi fisiologici e problemi psicologici. Non meno importante sarà
il tempo che il nostro autore dedicherà alle letture filosofiche,
come da lui stesso raccontato: «Nel corso della guerra del 1914-1918,
nei lunghi periodi di relativa inerzia all’ospedaletto da campo,
crebbe in me la persuasione che la filosofia tomista offrisse in realtà
la base più adatta per lo sviluppo di un sistema di “antropologia
filosofica” quale fondamento di una teoria della psiche sia normale
che anormale» (Titone, 1957, p. 27).
2. A Vienna dal 1918 al 1938
Tornata la pace nel 1918, «Allers servì
nella Scuola di Medicina dell’Università di Vienna, lavorando
prima nel dipartimento di fisiologia dei sensi e psicologia medica e poi
(dal 1927) in quello di psichiatria. È stato capace di mettere
insieme l’insegnamento, la ricerca in laboratorio e la pratica privata.
Era sempre partendo da questo complesso sfondo di insegnamento-ricerca-terapia
che egli vedeva le diverse scuole di psichiatria che riconoscevano in
Vienna il proprio centro originario. Egli divenne sempre più consapevole
del fatto che le interpretazioni e i metodi in psichiatria ponevano domande
molto generali sull’uomo, e che le posizioni a cui portavano erano
caricate con implicazioni filosofiche e religiose» (Collins, 1964,
pp. 282-283).
La prima «questione» che esaminerà
in modo approfondito sarà quella della psicoanalisi. Il 26 aprile
1920, Rudolf Allers pronunzia dinanzi all’Associazione di Psicopatologia
e Psicologia Applicate di Vienna, la sua nota relazione Über Psychoanalyse.
Sono presenti personaggi come Schilder, Pötzl, Neumann, Pappenheim,
Roffenstein, Federn, Hitschmann, Stransky, tra i «grandi»
della psicologia e psichiatria di quel tempo. Le sue critiche alla psicoanalisi
sono state approfondite e ampliate nel tempo fino a diventare una delle
sue opere più importanti, scritta in inglese nel 1940 e intitolata
The Successful Error. A Critical Study of Freudian Psychoanalysis.
Le critiche sferrate da questo giovane medico (al quale
evidentemente fu risposto di non capire le teorie del «maestro»
e fu consigliato di sottoporsi egli stesso a una completa analisi) seguono
due linee essenziali, che qui riassumiamo brevemente. Secondo Allers la
psicoanalisi poggia su una grossissima fallacia logica: «la psicoanalisi,
infatti più di una volta, dà per scontato ciò che
dice di provare e in modo surrettizio introduce nei suoi ragionamenti
idee preconcette cercando di dare l’impressione che queste idee
siano il risultato di fatti o principi evidenti» (Allers, 1940,
p. 33). Questa fallacia, chiamata in logica petitio principii, viene ravvisata
dal nostro autore in concetti basilari della psicoanalisi come l’idea
di «resistenza» o di «associazione» (in quanto
relazione causale), nello stesso metodo di interpretazione dei fatti analizzati,
nonché nelle applicazioni stesse della psicoanalisi alla teoria
della nevrosi o alle vedute etnologiche, in cui «l’interpretazione
e la speculazione fantastica prende il posto dell’osservazione e
dell’analisi sperimentale» (Allers, 1940, pp. 256-257).
Riconoscendo comunque dei meriti alla psicoanalisi freudiana,
Allers ne critica tuttavia la visione di fondo sulla persona:
La psicoanalisi ha una concezione completamente materialistica.
Chi non si sente nella capacità di accettare la filosofia del materialismo,
non può che rifiutare la psicoanalisi. Per causa del suo materialismo,
la filosofia di Freud e della sua scuola è, per ciò che
si riferisce all’etica, un semplice edonismo. Essa è viziata
da un soggettivismo estremo che perfino accieca lo sguardo dello psicoanalista
di fronte ad alcuni fatti oggettivi e verità ovvie. Per causa del
suo soggettivismo questa teoria è impersonalistica e ignora l’essenza
della persona umana (Allers, 1940, p. 255).
Nel frattempo, il nostro autore aveva familiarizzato
con le vedute e la persona di Alfred Adler. Come egli stesso riferisce
in una sua lettera: «L’elemento più attraente della
sua psicologia era, a mio parere, l’accento da lui posto sull’“uomo
integrale”, preso nella totalità delle sue relazioni e nella
finalità della vita umana, e conseguentemente la sua tendenza a
riguardare il comportamento - incluso quello sessuale - come l’“espressione”
delle tendenze fondamentali della personalità» (Titone, 1957,
p. 27). Allers entra così a far parte dell’Associazione di
Psicologia Individuale, che lascerà, come vedremo, nel 1927. All’interno
dell’Associazione fonda insieme a Karl Novotny un gruppo di lavoro
in medicina, che chiameranno Arbeitsgemeinschaft Ärzte (Lévy,
2002, p. 27). Entra in contatto con Oswald Schwarz, uno dei pionieri della
medicina psicosomatica, contribuendo notevolmente al volume curato da
quest’ultimo su Psicogenesi e psicoterapia dei sintomi corporali
(Vienna 1925). In questi anni il giovane Frankl collaborerà con
Allers nel suo laboratorio di fisiologia dei sensi.
L’intesa con Adler, però, non durerà
a lungo. Diventato da poco istruttore di psichiatria, Allers decide di
rendere esplicite le sue divergenze con le teorie della psicologia individuale
adleriana. Questo evento è ricordato per esteso da Frankl nella
sua autobiografia:
Sempre nel 1927, arrivò la sera in cui Allers e
Schwarz dovettero difendere e motivare coram publico il loro ritiro, già
annunziato in precedenza, dalla Società di Psicologia Individuale.
La riunione si svolse nell’aula magna dell’Istituto di istologia
dell’Università di Vienna. Nelle ultime file sedevano un
paio di freudiani, che si godevano lo spettacolo sghignazzando sui guai
altrui, vedendo che accadeva ad Adler esattamente ciò che in passato
era accaduto a Freud, allorché Adler si era ritirato dalla sua
Società viennese di Psicoanalisi. Si stava verificando una nuova
«secessione». La presenza degli psicoanalisti, perciò,
rendeva Adler molto più suscettibile. Quando Allers e Schwarz ebbero
terminato la loro esposizione, l’aria era carica di tensione. Come
avrebbe reagito Adler? Aspettammo inutilmente. Contrariamente alle sue
abitudini egli non prese la parola. Trascorsero minuti preziosi. Ero seduto
come lui in prima fila; tra noi si trovava una sua allieva, le cui riserve
nei confronti della sua teoria Adler conosceva bene quanto le mie. Finalmente
si voltò verso di noi e disse con sarcasmo: «Allora, campioni?».
E dicendo ciò volle farci capire che non dovevamo essere vigliacchi,
ma mettere le carte in tavola e prendere la parola. A me non restò
altro che farmi avanti e spiegare agli altri in che misura la psicologia
individuale fosse cresciuta all’ombra dello psicologismo. [...]
Fu inutile sostenere che non vedevo ragione per uscire dall’associazione,
perché ero convinto che la psicologia individuale fosse in grado
di liberarsi dalla morsa dello psicologismo con le proprie forze (Frankl,
1997, pp. 40-41).
Gli anni successivi, trascorsi per la maggior parte a
Vienna, vedranno il nostro autore dedicato - oltre che all’insegnamento
e alla ricerca - alla pubblicazione di numerose opere, tra cui alcune
fondamentali.
Ci riferiamo in primo luogo al suo lavoro più voluminoso, Das Werden
der sittlichen Person. Wesen und Erziehung des Charakters (1929a) che,
scritto per fini fondamentalmente pratici, come segnalato da Allers nella
sua introduzione all’edizione italiana, fonda le sue proposte pratiche
su uno studio della natura e della genesi del carattere, studio sviluppato
soprattutto nei primi due capitoli della medesima. Dopo una lunga analisi
del fenomeno dell’azione umana, egli arriva a una definizione abbastanza
complessa del carattere:
Ogni legge di preferenza in accordo con la quale un individuo
determina il corso delle sue azioni, non è altro che ciò
che diciamo il suo «carattere». Dunque, il carattere d’un
uomo è la giustificazione delle sue azioni, qualcosa che ha la
natura d’una norma o massima. E, in quanto questa norma incarna
la forma generale della preferenza d’una persona per dati valori,
o del suo rifiuto di essi, il carattere si può anche chiamare «l’imperativo
categorico dell’individuo», per adattare il celebre termine
kantiano (Allers, 1961, pp. 31-32).
Per Allers il carattere è, inoltre, qualcosa di
fondamentalmente variabile, non semplice né immutabile. Questa
la premessa, secondo lui, di una teoria dell’educazione che cerchi
di andare al di là della sola trasmissione di contenuti o dell’addestramento
di singole facoltà nell’individuo. L’applicazione concreta
di questa via di formazione del carattere costituisce il contenuto dei
restanti capitoli di quest’opera.
In questo primo grande lavoro di Allers, vediamo già
presente in modo consistente il suo tentativo di pensare la psicologia
e le sue applicazioni basandosi su una visione dell’uomo che tenga
conto dei dati della religione cristiana. È interessante, in questo
senso, tornare sulle parole della sua conclusione:
Noi crediamo di aver fatto comprendere che non era nostra
intenzione, in questo libro, di sviscerare tutti i problemi della formazione
e dell’educazione del carattere ricorrendo all’aiuto dei recenti
progressi della psicologia, e che non si può sostenere che l’elemento
soprannaturale si possa escludere. Anzi, noi pensiamo di aver dimostrato
i limiti dei mezzi naturali; e sosteniamo che una psicologia puramente
naturalistica, per quanto completa e ben fondata, non si regge, se non
la si coordini con conoscenze e principi religiosi. Abbiam visto come
problemi che scaturiscono da una psicologia e da una caratterologia puramente
pratiche si aprano immediatamente su problemi universali, insolubili eccetto
che in termini di metafisica, e che questi problemi ci portano ancora
più in là nel regno della religione rivelata. Senza essere
obbligati in alcun modo ad addentrarci speculativamente in questi problemi
ultimi, ce li vediamo continuamente e inevitabilmente comparire davanti
(Allers, 1961, p. 325).
Altre opere vedono la luce negli anni successivi: Christus
und der Arzt (1931), The New Psychologies (1932), Sexual-Pädagogik.
Grundlagen und Grundlinien (1934), Heilerziehung bei Abwegigkeit des Charakters.
Einführung, Grundlagen, Probleme und Methoden (1935a), Temperament
und Charakter. Fragen der Selbsterziehung (1935b).
In queste opere notiamo lo sviluppo e il consolidamento
di alcune delle idee precedentemente trattate da Allers sul carattere
o la psiche umana in generale, sulla psicologia e le sue applicazioni
terapeutiche o pedagogiche, e assistiamo, inoltre, alla chiarificazione
di alcuni interessi che occuperanno la futura ricerca allersiana, in concreto
l’interesse per i temi filosofici che si trovano alla base di un’autentica
visione dell’uomo. Una delle prime pagine di The New Psychologies
rivela la consapevolezza di Allers su questo punto:
La rinascita della metafisica nel nostro tempo manifesta
un tratto molto caratteristico: l’interesse primario e più
vivido si centra sul problema dell’uomo; la ricerca più intensa
è quella di una antropologia. La grande importanza data nei giorni
nostri a tutte le domande psicologiche è un esempio di questa ricerca.
Oggi gli uomini devono rispondere a questa domanda, posta forse più
onestamente che mai prima: Che cos’è l’uomo? (Allers,
1932, p. XVIII)
Mosso da questo suo interesse per la filosofia, Allers
accetta l’invito rivoltogli da P. Agostino Gemelli a conseguire
il dottorato in filosofia all’Università Cattolica di Milano,
titolo che riceve nel 1934. «Il suo “ritorno a scuola”
- afferma Collins - gli permise non solo di approfondire la sua conoscenza
dei trattati della filosofia greca e moderna sull’uomo, ma anche
di accrescere il suo intenso interesse per ciò che i medievali
avevano da dire sull’uomo e le sue funzioni nell’universo»
(Collins, 1964, p. 283).
Nel frattempo, alcuni personaggi importanti erano passati
per casa Allers a Vienna. Hans Urs von Balthasar si fermò per vari
mesi dagli Allers mentre portava avanti i suoi studi di germanistica.
Edith Stein abitò qualche tempo in compagnia di Rudolf, la moglie
Carola e il figlio Ulrich (nato nel 1920), durante il suo soggiorno a
Vienna nel 1931. Come ricorda lo stesso Allers in una lettera a Hilde
Graef, biografa della santa filosofa tedesca, Edith rimase il più
del tempo a casa con loro. Erano, infatti, molti i temi che legavano la
Stein e Allers: l’interesse per la filosofia e la pedagogia della
persona, il desiderio di articolare il meglio della tradizione filosofica
medievale con gli sviluppi della filosofia contemporanea, il problema
della traduzione di San Tommaso al tedesco in modo fedele e allo stesso
tempo chiaro.
Un’altra visita, probabilmente nel 1935, sarà
di grande rilevanza per il futuro di Allers. Si tratta di Francis Braceland,
medico psichiatra che rimase colpito dalle opere di psicologia di Allers
che circolavano anche nel mondo di lingua inglese. Dopo aver fatto la
conoscenza del nostro autore, Braceland fu impressionato anche «dalle
sue larghe conoscenze umanistiche di storia e lingue, matematica e musica»
(Collins, 1964, p. 284). Sarà lui in larga misura il responsabile
del trasferimento di Allers e la sua famiglia a Washington, quando la
situazione politica nella Germania nazista diventerà insostenibile
per loro.
Così, durante l’estate del 1937, Allers
riceve l’invito da parte di P. Ignatius Smith, O.P., decano della
Facoltà di filosofia della Catholic University of America, per
diventare professore in questa importante istituzione. Si trasferirà
a Washington nel 1938, dove inizia l’insegnamento della psicologia
all’interno della Facoltà di filosofia.
3. Dalla Catholic University of America alla Georgetown
University
Inizia in questo modo una nuova tappa della vita del
nostro autore. Come professore alla Catholic University of America, Allers
entra immediatamente in contatto con il mondo della filosofia cattolica,
in piena fioritura in questo paese. Già nel 1938 tiene una relazione
al Congresso dell’American Catholic Philosophical Association sul
concetto di causa in psicologia.
Sarebbe impossibile, in queste poche pagine, cercare
di riassumere i contributi di Allers in questi anni, che spaziano da questioni
psichiatriche in rapporto alla legislazione e al counseling sul matrimonio,
fino a interessanti analisi nell’ambito della filosofia della conoscenza,
passando per studi di tipo storico, come il suo famoso articolo (di quasi
cento pagine) Microcosmus. From Anaximandros to Paracelsus, per la rivista
Traditio. In questo primo decennio a Washington, oltre al libro già
menzionato su Freud e la psicoanalisi, Allers pubblicherà soltanto
altre due opere: Self Improvement (1939) e Character Education in Adolescence
(1940). Il resto dei suoi contributi si trovano nelle riviste per cui
egli collaborava intensamente.
Self Improvement si presenta come un’opera eminentemente
pratica, nella quale Allers cerca di «mostrare che le difficoltà
e i problemi che l’uomo deve affrontare sorgono dalla sua stessa
personalità, o addirittura sono creati da lui, molto di più
di quanto generalmente si creda» (Allers, 1939, p. V). Non si tratta
di un semplice «manuale di auto-aiuto», ma di una vera e propria
fenomenologia di certi problemi che Allers ritiene debbano essere compresi
da qualsiasi persona in ordine a una crescita personale. Un paragrafo
della prefazione ci mostra l’impostazione dell’opera:
Questo libro è basato sulla filosofia cristiana
e sulla morale cristiana. Esse offrono l’andamento generale dei
ragionamenti, ma non sono il punto di partenza di questi ragionamenti.
Tutto ciò che sarà spiegato nei capitoli che seguono è
basato sull’esperienza. Si tratta di fatti e non di speculazione.
I fatti possono, in certo modo, contribuire a provare la verità
del punto di vista generale e filosofico, e così provare la sua
grande utilità per riordinare la nostra vita (ibidem).
Interesse pratico ed esperienza concreta non vengono
contraddetti dall’assumere un punto di vista particolare sull’uomo.
Le due prospettive devono sempre camminare insieme. Questa idea cardine
del pensiero di Allers (che abbiamo visto presente già nelle sue
prime opere) rappresenta una delle intuizioni fondamentali che, a nostro
avviso, devono essere ricuperate dalla psicologia dei nostri giorni. La
ricerca di una visione il più possibile adeguata della persona
umana è ora più che mai un imperativo nell’ambito
delle scienze psicologiche.
La seconda opera a cui abbiamo fatto riferimento, Character
Education in Adolescence, è la raccolta di una serie di articoli
scritti da Allers in The Homiletic and Pastoral Review. Si tratta di un
interessante contributo alla pedagogia dell’età adolescenziale,
che viene da lui caratterizzata nei suoi tratti psicologici più
salienti, in ordine a una proposta educativa che tenga conto di queste
caratteristiche. Di nuovo si presentano motivi tipicamente allersiani,
come l’insistenza sulla necessità di avere un’esperienza
concreta dei ragazzi, che deve essere articolata con motivi antropologici
di fondo se si vuole avere un’educazione che conduca a uno sviluppo
sano. Anche qui un paio di citazioni ci possono offrire uno sguardo sommario
all’idea dell’opera:
Ogni procedimento pratico è quindi determinato
dalle finalità alla cui realizzazione viene applicato. I procedimenti
educativi, in particolare, dipendono da ciò che si crede essere
il vero fine dell’educazione. Ora, la scienza è assolutamente
ed essenzialmente incapace di scoprire alcunché riguardante il
fine. Se alcuno ci dice che noi dobbiamo perseguire quello scopo perché
la scienza ce lo impone, noi possiamo esser certi in anticipo che sbaglia;
potrà certamente colpir giusto nel raccomandarci certi fini, ma
sarà nel vero non a causa del suo appello alla scienza (Allers,
1954, pp. XXIII-XXIV). […] È indubbiamente utile insegnare
certi principi direttivi fondamentali. Ma l’essenza dell’educazione
non si può apprendere nei corsi di pedagogia, non si può
spiegare compiutamente nei testi scolastici. L’efficacia dell’azione
educativa è basata sulla relazione personale tra l’educatore
e l’educando (ibidem, p. 170).
Alla Catholic University of America, Allers sarà
sinceramente apprezzato dai suoi studenti. Abbiamo la testimonianza di
James Collins, allievo di Allers dal 1941 al 1944, nel suo articolo per
la rivista The New Scholasticism dopo la morte del maestro.
Grazie ad una memoria altamente sviluppata e ad un delicato
senso della proporzione, Allers era capace di presentare i suoi materiali
in uno sviluppo tematico costante senza dover far uso di note scritte,
anche quando faceva citazioni testuali delle fonti. Dava l’impressione
di essere coinvolto totalmente e appassionatamente nella questione dibattuta,
che veniva esaminata ordinatamente e trasmettendo allo stesso tempo un
entusiasmo intellettuale sostenuto che era altamente contagioso tra gli
studenti. Essi percepivano la qualità particolarmente esigente
delle sue lezioni, che chiedeva loro un impegno sempre più intenso,
per riuscire ad apprezzare cosa stava succedendo. Allers non doveva fare
prediche sull’integrazione delle discipline in una mente libera,
giacché il suo esempio era lì da osservare e da approfittare.
L’atto d’insegnare era per lui un modo per raggiungere, e
per incoraggiare altri a raggiungere, una pertinente unificazione dei
modi dell’esperienza umana: scientifici e umanistici, storici e
speculativi. Il carattere pratico–esemplare di questo modo di insegnare
era veramente efficace per il fatto che non venne mai divorziato dalla
trattazione attuale dei problemi in mano (Collins, 1964, p. 288).
Nel 1948, dopo dieci anni d’insegnamento, Allers
viene invitato alla Georgetown University dall’allora decano della
Facoltà di filosofia, P. Hunter Guthrie, S.J., noto per aver fatto
di questa facoltà un think tank cattolico di grande rilevanza,
puntando molto sui contributi di alcuni immigrati europei, tra cui Allers.
Egli passa a insegnare antropologia filosofica, e questi
saranno anni d’intenso studio e approfondimento in questa materia
tanto cara al nostro autore. Nei primi anni cinquanta Allers scriverà:
«Non sono ancora riuscito a scrivere quello che desidererei - cioè,
una filosofia comprensiva (integrale) della natura umana» (Titone,
1957, p. 27). E non lo farà mai in modo sistematico. Le lezioni
all’università, comunque, gli offriranno lo spazio per sviluppare
le sue idee al riguardo.
Come segnala Collins, «fu anche durante gli anni
a Georgetown che Allers focalizzò il suo interesse di tutta la
vita per la fenomenologia e l’esistenzialismo, in modo particolare
in rapporto alla psichiatria» (Collins, 1964, p. 286). Frutto di
questo interesse sarà il volume Existentialism and Psychiatry:
Four Lectures (1961), nel quale vengono raccolte le lezioni tenute da
Allers nell’Institute of Living di cui Braceland era direttore.
Nel 1957 Allers diventa professore emerito, ma non lascerà
l’insegnamento fino alla fine della sua vita. Nel 1952 era morta
la moglie Carola. Tre anni dopo Allers riesce a tornare in Europa come
Fulbright Lecturer, tenendo conferenze nelle università di Parigi,
Tolosa, Vienna e Ginevra.
4. Gli ultimi anni di Rudolf Allers
Gli ultimi saranno anni di riconoscimenti per il quasi
ottantenne professore austriaco. Nel 1959 tiene il discorso presidenziale
della Metaphysical Society of America sulla questione dell’oggettivo
e del soggettivo (Allers, 1958-1959). Nel 1960 riceve a St. Louis la Medaglia
Cardinal Spellman-Aquinas dell’American Catholic Philosophical Association.
Nello stesso anno la Georgetown University gli conferisce il Dottorato
Honoris causa in Giurisprudenza.
Dopo il ritiro, Allers terrà le sue lezioni prima
a casa di suo figlio Ulrich (a Falls Church) e poi nella casa di cura
Carroll Manor, a Hyattsville, dove verrà ricoverato per i problemi
di cuore e per l’artrite che intaccano la sua salute corporale.
Come segnala una nota di giornale in suo ricordo, «i suoi studenti
venivano portati in autobus fino a Carroll Manor, dove egli insegnava
in un solarium che le suore carmelitane avevano trasformato in un’aula
di classe». «Persino nei suoi ultimi anni, quando le malattie
crescenti lo limitarono su una sedia a rotelle, egli continuò a
insegnare e la sua mente si conservò eccezionalmente acuta»,
ricorda dopo la sua morte il Ye Domesday Book della Georgetown University.
Dal 1960 al 1963 Allers si dedicò inoltre alla
stesura del suo ultimo libro, ancora inedito, scritto in tedesco e intitolato
Abnorme Welten, di cui è in corso la pubblicazione a cura del Prof.
Alexander Batthyany, dell’Università di Vienna. In esso,
Allers sviluppa le sue conoscenze di psicologia e di psichiatria inquadrando
in modo nuovo l’approccio alle anormalità di tipo psichiatrico.
Si tratta di un tentativo di descrivere i «mondi» delle persone
affette di questi disturbi, dando così una nuova chiave di lettura
per la psicoterapia e il trattamento psichiatrico.
Allers morì il 14 dicembre 1963, affetto da una
grave polmonite.
Siamo convinti che la riscoperta dell’opera di
Allers possa oggi portare molti frutti allo studio e all’applicazione
nel campo psicologico. Speriamo che il nostro breve lavoro possa servire
ad attirare l’attenzione su questo personaggio, certamente rilevante
per la portata e le implicazioni della sua proposta, ma oggi «inspiegabilmente
dimenticato» (Figari, 2005).
Quando il giovane Frankl preparò la sua prima
opera su filosofia e psicoterapia - che avrebbe dovuto essere pubblicata
per i tipi della Hirzel negli anni venti -, Oswald Schwarz scrisse nella
prefazione che quest’opera avrebbe rappresentato per la psicoterapia
ciò che la Critica della ragion pura di Kant rappresentò
per la filosofia: una svolta radicalmente nuova. Molti anni dopo, nel
1958, Frankl afferma in una sua lettera a Oliver Brachfeld che a suo avviso,
e «con un criterio più maturo», questa frase doveva
applicarsi a Rudolf Allers (Brachfeld, 1958, p. 12).
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