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Articulo Allers 5

Alcune note sulla vis cogitativa nel pensiero di Rudolf Allers [*]

Jorge Olaechea C.

[Marzo 2007]

Introduzione

«Nel corso della guerra del 1914-1918, nei lunghi periodi di relativa inerzia all’ospedaletto da campo, crebbe in me la persuasione che la filosofia tomista offrisse in realtà la base più adatta per lo sviluppo di un sistema di “antropologia filosofica” quale fondamento di una teoria della psiche sia normale che anormale» . Così si esprime negli anni 50’ Rudolf Allers , medico psichiatra e filosofo, noto per aver realizzato le prime traduzioni al tedesco del De ente et essentia di San Tommaso , nonché delle opere complete di Sant’Anselmo .

In seguito al suo trasferimento negli Stati Uniti per via del pericolo nazista (Allers e la moglie Carola erano cattolici ma di famiglie ebree), il nostro autore inizia un contatto intellettuale molto fecondo con i circoli filosofici d’ispirazione cristiana, soprattutto nella Catholic University of America, dove insegnerà dal suo arrivo nel 1938, e nella Georgetown University, dove diventerà professore di filosofia nel 1948. Sono numerosi i contributi di Allers dedicati a ripensare la natura umana alla luce del pensiero classico e soprattutto tomista, sempre però in dialogo con la psicologia e la scienza medica, di cui aveva vaste conoscenze ed esperienza concreta.

Tra i suoi interessi filosofici ed antropologici spicca in modo particolare quello per lo studio della mente umana (ciò che ora si designa come “teoria della conoscenza”). Importanti riviste di filosofia pubblicano le sue ricerche in questo ambito: The Thomist, The New Scholasticism, The Modern Schoolman, Franciscan Studies. Collabora inoltre alla stesura di numerose voci su questi argomenti nel Dictionary of Philosophy edito da Runes nel 1942. E sempre in quest’anno gli viene affidato il capitolo degli Essays in Thomism dedicato alla conoscenza intellettuale .

Il presente lavoro si concentrerà su un aspetto molto puntuale della ricerca di Allers: la sua proposta interpretativa del ruolo che la vis cogitativa ha all’interno del processo conoscitivo. Non sono molti i pensatori che si siano dedicati ad approfondire la comprensione di questa facoltà , e questo è un motivo in più per cui rendere note le indagini di questo filosofo viennese. Concentriamo la nostra attenzione in particolare su un suo articolo intitolato The vis cogitativa and Evaluation, apparso nel 1941 , ma teniamo conto anche degli altri contributi realizzati da Allers in questo ambito.


Sull’oggetto proprio della vis cogitativa

La prima volta che Allers fa riferimento alla dottrina tomista della vis cogitativa è in un suo studio intitolato The Intellectual Cognition of Particulars (“La conoscenza intellettuale dei particolari”). Questo lungo articolo affronta l’argomento cercando di mettere in evidenza che «la controversia intorno al “pensiero senza immagini” è dovuta fondamentalmente alla suddetta incomprensione: gli [psicologi] esperimentalisti non sanno a che cosa si riferiscano i psicologi scolastici quando parlano dell’indispensabilità del fantasma nella formazione ed uso di una nozione astratta, e gli scolastici ignorano i fatti scoperti dalla psicologia esperimentale» . La nozione di vis cogitativa viene presentata dal nostro autore come uno dei tentativi di spiegare la “continuatio” tra intelletto e facoltà sensitive e segnala che si tratta di una nozione che ha bisogno di un’ulteriore chiarimento.

Un primo intento di chiarimento lo realizza Allers in riferimento ad una delle “funzioni” della vis cogitativa: la consapevolezza dei valori. Egli riconosce che si tratta soltanto di «uno degli aspetti del problema», ma reputa questo aspetto «particolarmente adatto per dimostrare l’uso che la psicologia può fare della nozione scolastica, nonché per chiarire uno dei molti punti ancora problematici nella teoria di questo senso interno» .

Una prima questione posta da Allers nel suo articolo è quella dell’oggetto proprio della vis cogitativa. Partendo dall’idea di Tommaso che «l’oggetto di questa potenza è il fine o bene particolare» , egli conclude che «sembra giusto, dunque, definire l’oggetto proprio, in questo aspetto, della vis cogitativa qualsiasi valore, in quanto sia realizzato in una cosa particolare o in una situazione particolare e sia appreso come tale» . In questa sua conclusione egli si trova in contrasto con l’opinione di chi riduce l’oggetto di questa facoltà soltanto ad alcuni beni particolari del tipo della convenienza, l’utilità o la pericolosità. Egli afferma infatti, che «è difficilmente possibile restringere l’operazione di questa potenza sensitiva ai valori del tipo di quelli sopra menzionati» .

La conclusione —come vedremo— è molto importante per la proposta che realizzerà il nostro autore intorno alla “percezione dei valori” . Ma vale la pena soffermarsi sul ragionamento con cui Allers arriva a questa conclusione:

La volontà razionale non può considerare nessun oggetto particolare senza qualche funzione intermediaria che forma, in un certo senso, il legame che collega la facoltà immateriale e il particolare materiale nel quale risiedono i valori, in quanto realizzati e desiderati oppure in quanto da essere realizzati nell’azione umana. Ora, ci sono molti valori che non appartengono alle classi dell’utilità, convenienza, danno o pericolo. Anche questi valori devono essere portati vicino alla volontà da qualche intermediario, il che naturalmente non può essere altro che la vis cogitativa.

D’altra parte, Allers chiarisce il fatto che l’azione di questa facoltà possa realizzarsi nelle impressioni causate da un oggetto attualmente presente (unica possibilità contemplata esplicitamente da San Tommaso), ma anche nelle immagini o fantasmi, giacché tante volte «nella decisione riguardo un’azione futura, deliberando sulla sua bontà, e contemplando i tanti possibili scopi, abbiamo a che fare non con oggetti attualmente presenti. [...] In esse [nelle immagini] noi distinguiamo gradi e differenze di bontà, attività che appartiene alla vis cogitativa in quanto questi valori sono incorporati in immagini che si riferiscono a situazioni particolari» .


Ratio particularis, azione umana e oggettività dei valori

Un secondo argomento rilevato da Allers nella sua trattazione è quello del rapporto tra vis cogitativa e volontà razionale. L’analisi parte dalla teoria tomista dell’azione umana: «La decisione in un’azione particolare è descritta da San Tommaso come un sillogismo nel quale la premessa maggiore è una proposizione generale e la minore una proposizione riguardo il particolare. Quest’ultima è fornita dalla ratio particularis» .

Esiste, dunque, una cooperazione tra vis cogitativa e le facoltà intellettive, ma si tratta di una cooperazione non facile da spiegare. Così, Allers ricorda che dall’analisi dei testi «sembra come se lo stesso San Tommaso non si sentisse del tutto sicuro riguardo a quale soluzione adottare. Non è errato, probabilmente, assumere che l’Aquinate non abbia trovato una risposta definitiva e soddisfacente alla questione della cooperazione tra le facoltà sensitive e quelle intellettuali» .

Due sono le vie possibili di cooperazione, afferma Allers: «la prima è rappresentata dalle immaginazioni che forniscono il fantasma all’intelletto. L’altra consiste in una cooperazione attiva, nella misura in cui ambedue le facoltà che cooperano tendono verso lo stesso fine» . Dal fatto che per arrivare ad una conclusione particolare devono essere attive tanto la vis cogitativa quanto l’intelletto, Allers conclude che la cooperazione è del secondo tipo.

Non è senza interesse notare che a questo punto il nostro autore torna sulla questione della “funzione” della facoltà studiata:

Una delle principali funzioni della vis cogitativa, secondo San Tommaso, ha senz’altro a che vedere con la conoscenza di valori in quanto realizzati attualmente o possibilmente nelle cose e situazioni particolari, e con l’adattamento —per dirlo in un certo modo— della volontà a fini particolari. In quanto fini dell’azione umana e in quanto oggetti dell’apprezzamento umano i valori si fondano nel rapporto con la persona individuale che apprende questi valori o si propone questa o quell’altra azione. Questo, comunque, non implica che i valori consistano o si fondino esclusivamente in tale rapporto con una persona umana e non abbiano alcun essere fuori da esso.

Anzi, afferma Allers, seguendo logicamente la teoria proposta ci si arriva «con una certa inevitabilità» ad una concezione oggettivistica dei valori. Egli ci arriva, in effetti, a partire dall’analisi di una questione molto precisa: «Attraverso quali dati sensibili conosce la vis cogitativa le species insensatae? Quali dati fanno possibile che questa potenza diventi consapevole, ad esempio, della relazione di utilità, o di qualsiasi altra relazione?» .

Giovanni di San Tommaso aveva cercato di risolvere la questione affermando che le “sensa” in un certo modo contengono queste species insensatae. Allers ricorda che, anche se questo non risolve veramente il problema, apre la possibilità di una certa analogia tra questa operazione e il processo di astrazione dell’universale dal fantasma, e «se questa analogia regge, uno deve concludere che anche ciò che corrisponde alle species insensatae non è soltanto tanquam contenuto negli oggetti e quindi non soltanto tanquam presentato alla vis cogitativa, ma realiter presente insieme alle altre caratteristiche apprendibili e realiter distinto da esse» .

Così arriva Allers ad un’importante conclusione alla fine della prima parte del suo articolo:

È certamente vero che esiste una capacità di creazione, modo combinationis et divisionis, anche nelle facoltà sensitive, specialmente nel sensus communis e nell’immaginazione. Ma questa capacità non può mai spiegare il sorgere di qualcosa di qualitativamente diverso. I valori sono, per loro natura, differenti da altri oggetti intenzionali. Chiamarli “soggettivi” o il risultato di una “oggettivazione” di fenomeni “meramente soggettivi”, farli dipendere dalle emozioni o dagli interessi, non è per niente una spiegazione. Queste asserzioni sono, in realtà, soltanto rielaborazioni delle questioni originali in un modo più velato e in un linguaggio meno intelligibile, anche se in apparenza più “scientifico”.


Studi esperimentali sull’apprensione dei valori

Nella seconda parte dell’articolo trattato, Allers cerca di assolvere l’altro compito che si è proposto all’inizio: analizzare se la nozione finora descritta della vis cogitativa sia in contrapposizione con le scoperte della psicologia esperimentale.

Ricordando che «lo studio esperimentale dell’apprensione dei valori è stato trascurato più di quanto l’importanza dell’argomento lo giustifichi» , egli fa riferimento soprattutto al lavoro esperimentale realizzato da W. Gruehn ed esposto nel suo libro Das Werterlebnis (Leipzig, 1924).

Due sono i dati salienti di questa ricerca presi in considerazione dal nostro autore: in primo luogo «divenne evidente che una valutazione, vale a dire la consapevolezza del valore e del suo rango, può esistere senza uno stato sentimentale corrispondente o persino insieme ad uno opposto al tipo di valore» ; in secondo luogo, «un valore può essere riconosciuto come tale e persino ricevere il suo luogo nella scala dei valori, e ciononostante “lasciarci freddi”. A meno che questo valore sia, in un certo senso, incorporato alle attitudini morali o estetiche della persona, rimane fuori, semplicemente esistente, senza nessun riferimento al sé» . Questo essere incorporato viene chiamato atto di “appropriazione” ed è considerato da Gruehn un fenomeno mentale irriducibile ad altri e costituente l’essenza della valutazione.

Le spiegazioni soggettivistiche di questo processo di valutazione lasciano in fondo la questione senza risposta: si dà l’esperienza dei valori, i quali «sono lati della realtà non meno delle altre qualità» , chiamare “soggettive” queste qualità non fa altro che spostare il problema, giacché il problema della loro percezione resta all’interno della “soggettività”. Allers è molto enfatico in questo, e trova invece che le scoperte dei psicologi esperimentali sono invece «piuttosto suggestive». Riportiamo per esteso la sua conclusione, in cui vediamo un paradigmatico tentativo di stabilire un sano dialogo tra psicologia moderna e filosofia classica:

Gruehn, nel riportare i suoi studi esperimentali, non era interessato a tali problemi [filosofici], e neanche pensava in termini di psicologia tomista. L’esistenza o non-esistenza di qualche facoltà non era qualcosa che egli avrebbe considerato. Probabilmente non sapeva nemmeno della nozione di una vis cogitativa. Ma le sue affermazioni sembrano in perfetto accordo con quanto uno potrebbe aspettarsi sulla base di questa nozione. [...] Se è vero che il compito della vis cogitativa, secondo San Tommaso, o al meno secondo i suoi principi, non è limitato all’apprensione di ciò che è utile o pericoloso, e all’apprensione di alcune altre relazioni tra il dato oggettivo e la persona, ma si estende alla consapevolezza di qualsiasi valore particolare, realizzato o realizzabile in un oggetto particolare o in una situazione, allora sembra che la scoperta di questo atto di appropriazione possa essere considerata una prova dell’operazione di questo senso interno.


Le emozioni e il loro aspetto “cognitivo”

Il percorso iniziato da Rudolf Allers con quest’indagine trova uno dei suoi sviluppi in un successivo articolo intitolato The Cognitive Aspect of Emotions . Non ci addentriamo nelle lunghe e illuminanti analisi realizzati dal nostro autore. Ne segnaliamo soltanto i punti salienti per quanto riguarda l’argomento trattato nel presente lavoro.

Nella psicologia tradizionale —afferma Allers all’inizio dell’articolo— la apprensione dell’agente movente, il bene o il male, in quanto presente in qualche oggetto, si realizza tramite il quarto senso interno, la potenza cogitativa (vis cogitativa). La cognizione della bontà o cattiveria dell’oggetto, evento o situazione, precede il movimento dell’appetito e, dunque, anche la coscienza di uno stato emozionale. Fino a questo punto, la concezione antica si trova d’accordo con certe teorie recenti. Se, comunque, queste teorie concepiscono le emozioni come semplici riflessi di un insieme di circostanze biologicamente rilevanti, o persino —come fece la famosa teoria James-Langi-Sergi— considerano le emozioni come consapevolezza dei cambiamenti corporei, lavorati da forze biologiche rilasciate a loro volta dalle circostanze ambientali, allora la tradizione scolastica non è d’accordo.

La trattazione arriva ad un punto fondamentale quando Allers —dopo aver seguito la traccia di alcuni pensatori quali Kierkegaard, Heidegger e Scheler— ricorda che «lo stato emozionale non offre in sé una vera conoscenza dello “statuto ontico” [della persona]. L’emozione è soltanto il mezzo attraverso il quale (l’id quo) questa conoscenza diventa possibile. La conoscenza risulta da una susseguente riflessione sullo stato emozionale e il suo “punto di riferimento oggettivo”» .

Non si tratta, dunque, di una nuova forma di conoscenza (che tra l’altro non troverebbe posto nel sistema classico), ma della stessa azione mediatrice della vis cogitativa che coglie «il lato del valore dell’essere» :

Le emozioni (o le passiones animae) sorgono —secondo l’interpretazione tradizionale— come correlate ai movimenti degli appetiti sensitivi. Questi appetiti sorgono per la coscienza di beni o mali, visti nell’oggetto particolare o nella situazione che attualmente confronta l’individuo. Questa coscienza è il frutto della potenza cogitativa (vis cogitativa). Questo senso interno, quindi, è la facoltà che media la conoscenza implicata nell’emozione.


Conclusioni

Abbiamo cercato di delineare brevemente la posizione di Rudolf Allers riguardo a un argomento poco studiato ai nostri giorni: la vis cogitativa o ratio particularis, il suo oggetto e le sue operazioni. Il nostro autore —nel suo stile chiaro e analitico— ha approfondito alcune dimensioni di questi argomenti, sempre in rapporto ai suoi interessi centrali e cercando la verità con apertura e senza preclusioni di tipo ideologico.

Per concludere ricordando ciò che si trova dietro le singole riflessioni sui problemi della conoscenza umana, possiamo citare lo stesso Allers:

«Il problema della conoscenza, sia intellettuale che sensitiva, in ultima analisi non sarà risolto dalla sola psicologia. Si tratta di un problema psicologico, giacché la sua soluzione richiede una conoscenza accurata di fatti empirici, il che è il compito della psicologia. La psicologia da sola, comunque, non può scoprire nessuna risposta ultima alle sue domande. Per compiere il suo compito, la psicologia dev’essere più di una psicologia empirica; la psicologia, ogni volta che arriva ai suoi problemi ultimi e più profondi, trascende i suoi limiti. Per essere completa, la psicologia deve abbracciare la filosofia».

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