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Jorge Olaechea C.
[Maggio 2006]
Introduzione
Nella psicologia contemporanea si parla frequentemente
di “carattere”. Si parla inoltre della sua educazione come
il ruolo fondamentale di una pedagogia che abbia l’intenzione non
solo di addestrare l’individuo o qualche sua facoltà, ma
che cerchi inoltre una formazione integrale dell’uomo.
San Tommaso, d’altro canto, non ha mai usato questo
termine fuori dell’ambito teologico-sacramentale, in cui definisce
il carattere come segno distintivo e configurativo , come potenza spirituale
ordinata alle cose che sono proprie del culto divino .
È possibile comunque tentare una definizione di
ciò che oggi viene chiamato carattere partendo dalle idee che San
Tommaso ha sviluppato nella sua opera e che si riferiscono a le basi o
strutture antropologiche dalle quali muove la sua analisi dell’actus
humanus?
Per rispondere a questa domanda il nostro lavoro si svolgerà
in due parti. Nella prima parte cercheremo di chiarire in breve che cosa
viene inteso oggi con il termine “carattere”, e valuteremo
la possibilità di dare una definizione unitaria di questa nozione.
Nella seconda parte cercheremo di tradurre nei termini del pensiero di
San Tommaso il concetto espresso dalla nozione precedentemente chiarita.
Per questo ci sarà di grande aiuto l’idea di habitus, crocevia
nella spiegazione che l’Aquinate fa dell’azione umana e la
sua dimensione morale.
Sulla nozione di carattere
Nel suo classico Traité de caractérologie
(1945), René Le Senne, riconoscendo che siamo di fronte ad un termine
utilizzato per esprimere diverse cose, anche all’interno degli stessi
trattati di psicologia , «pour éviter dorénavant toute
confusion» ci offre nelle prime pagine una sua definizione: «caractère
signifiera l’ensemble des dispositions congénitales qui forme
le squelette mental d’un homme» . A questo insieme invariabile,
solido e permanente di disposizioni egli contrappone la nozione di personnalité,
che —afferma— «comprende le caractère d’abord,
mais en plus tous les éléments acquis au cours de la vie
et ayant spécifié le caractère d’une manière
qui aurait pu être différent, et enfin leur orientation synthétique»
. La personalità sta al carattere —secondo Le Senne—
come la forma sta alla materia.
Lo psichiatra peruviano Honorio Delgado, uno dei principali
esponenti della cultura latinoamericana del Novecento, seguendo più
da vicino la scuola tedesca di caratterologia, rovescia i termini e afferma
che «il carattere è la forma che acquista la personalità
per l’influsso dell’ambiente e dell’autodeterminazione
sulle disposizioni ereditarie» . Egli ritiene che si deva chiamare
personalità quel fondo strutturale perenne e proprio di ogni individuo,
mentre il carattere sarebbe «il sigillo particolare e distintivo
dell’azione realizzata o dell’azione probabile in contatto
con il mondo e in relazione con l’intimo del proprio essere»
.
Oggi è prevalsa questa seconda posizione, vale
a dire quella che considera la personalità alla base del carattere,
che sarebbe la sua forma. Lo psicologo austriaco Rudolf Allers ha espresso
in una formula questo rapporto: «La persona agisce attraverso la
propria personalità, secondo il proprio carattere» . Seguendo
il pensiero di questo autore, possiamo individuare alcune caratteristiche
della nozione di carattere, più o meno condivise da tutti.
Il carattere designa qualcosa di proprio, che distingue
due soggetti: «Nel discorso ordinario, —afferma Allers—carattere
significa qualcosa, in una persona, che le è individuale e peculiare,
limitato ad essa nel tempo e non passibile di ripetizione» .
Questo qualcosa di proprio non è un insieme di
tratti ma è una unità: «Un qualsiasi numero di tratti
individuali non costituisce il carattere; questo non è [...] un
mosaico di tratti separati o di elementi di qualsiasi genere. Il carattere
è un’unità e un tutto, non un semplice aggregato»
.
Il carattere si manifesta nell’agire della persona,
ha a che fare con le sue azioni: «il carattere rappresenta “qualcosa”
di [...] comune alle azioni e al tipo di comportamento di un uomo»
. Esso costituisce, in un certo senso, la forma costante delle sue azioni.
Più precisamente all’interno dell’agire
umano, il carattere fa riferimento alle scelte di valore che una persona
fa, scelte che a sua volta formano (o de-formano) il carattere stesso:
«Probabilmente il carattere è meglio definito come la forma
individuale di preferire o rifiutare dei valori. Esso dipende dalle capacità
innate di apprensione dei valori e dal modo in cui questi valori si presentano
all’individuo» .
Infine, il carattere può essere rafforzato o modificato
a partire dell’azione stessa. È sapere comune che la formazione
del carattere non si realizza in modo teorico ma pratico, “educandolo”
a realizzare la scelta giusta nella situazione concreta. Il suo rapporto
con la dimensione intellettuale non è certamente trascurabile (devo
conoscere quale sia la scelta giusta da fare in questa situazione concreta)
ma non è esclusivo.
Habitus e carattere in San Tommaso d’Aquino
Secondo il piano che ci siamo proposti in questo elaborato,
cercheremo di tradurre l’idea sviluppata in precedenza seguendo
il pensiero dell’Aquinate. La nostra attenzione si rivolge immediatamente
all’idea di habitus, che troviamo alquanto adatta —per alcune
delle caratteristiche che San Tommaso gli attribuisce— come punto
di partenza della riflessione.
Nella Summa Theologiae, l’Aquinate svolge il suo
“De habitibus” nelle questioni 49-54 della Prima Secundae.
Nella q. 49 egli riprende la nozione di hexis aristotelica e la precisa:
[...] hoc nomen habitus ab habendo est sumptum. [...]
Si autem sumatur habere prout res aliqua dicitur quodam modo se habere
in seipsa vel ad aliud; cum iste modus se habendi sit secundum aliquam
qualitatem, hoc modo habitus quaedam qualitas est, de quo philosophus,
in V Metaphys., dicit quod habitus dicitur dispositio secundum quam bene
vel male disponitur dispositum, et aut secundum se aut ad aliud, ut sanitas
habitus quidam est. Et sic loquimur nunc de habitu.
In questo senso «l’habitus indica una disposizione
stabile del soggetto, considerato nella sua stessa costituzione ontologica
o aperto a un qualcos’altro» . L’annoverare l’habitus
tra le qualità dice l’inerenza di questa disposizione alla
natura stessa del soggetto senza però identificarsi con essa.
Rispetto alla semplice dispositio, l’habitus è
connotato di una più grande stabilità. Così afferma
l’Aquinate in relazione, ad esempio, alle “disposizioni abituali”
come la salute o la bellezza, distinguendole dai veri e propri habitus:
Si vero loquamur de dispositione subiecti ad formam, sic
habitualis dispositio potest esse in corpore, quod comparatur ad animam
sicut subiectum ad formam. Et hoc modo sanitas et pulchritudo, et huiusmodi,
habituales dispositiones dicuntur. Non tamen perfecte habent rationem
habituum, quia causae eorum ex sua natura de facili transmutabiles sunt.
Alio modo possunt distingui sicut diversae species unius
generis subalterni, ut dicantur dispositiones illae qualitates primae
speciei, quibus convenit secundum propriam rationem ut de facili amittantur,
quia habent causas transmutabiles, ut aegritudo et sanitas; habitus vero
dicuntur illae qualitates quae secundum suam rationem habent quod non
de facili transmutentur, quia habent causas immobiles, sicut scientiae
et virtutes.
Gli habitus si possono distinguere in due tipi: gli habitus
entitativi e gli habitus operativi. I primi ineriscono al soggetto in
sé stesso, mentre i secondi ineriscono al soggetto in quanto è
ordinato a qualcos’altro. L’essere principalmente ordinati
«ad ipsam naturam rei» o «ad operationem» costituisce
così una divisione fondamentale degli habitus. «Gli abiti
entitativi non perfezionano direttamente in ordine all’operazione,
ma al possesso dell’essere. Invece gli abiti operativi sono disposizioni
stabili delle potenze in ordine all’operazione» .
Gli habitus operativi, a differenza da quegli entitativi,
si formano e decadono grazie all’azione stessa: «I due fattori
che fanno sorgere gli habitus operativi, atti e natura del soggetto, sono
anche i fattori che possono determinare il dissolvimento. Gli habitus
possono decadere e dissolversi sia per mancanza di esercizio in relazione
ai rispettivi atti sia per cause accidentali, quali traumi psico-fisici,
che alterano la struttura del soggetto vivente» . Questi habitus
dispongono le diverse facoltà o potenze dell’uomo: sensitive,
intellettive e appetitive.
L’Aquinate mette in risalto inoltre il rapporto
degli habitus operativi con la volontà. Questo rapporto non è
di poca importanza perché demarca il confine tra l’umano
e l’animale. In effetti, parlando della possibilità o meno
degli habitus negli animali, egli segnala:
[...] in brutis animalibus non sunt aliqui habitus ordinati
ad operationes. Sunt tamen in eis aliquae dispositiones in ordine ad naturam,
ut sanitas et pulchritudo. Sed quia bruta animalia a ratione hominis per
quandam consuetudinem disponuntur ad aliquid operandum sic vel aliter,
hoc modo in brutis animalibus habitus quodammodo poni possunt. [...] Deficit
tamen ratio habitus quantum ad usum voluntatis, quia non habent dominium
utendi vel non utendi, quod videtur ad rationem habitus pertinere.
Questo sarebbe il punto di partenza del discorso più
strettamente etico, giacché questi habitus operativi (che se sono
buoni si chiamano virtù, e se sono cattivi si chiamano vizi) costituiscono
la struttura portante della moralità dell’agire umano, in
quanto sono la mediazione tra il bene come fine ultimo della vita umana
e la situazione contingente. Ma per noi può bastare questa breve
esposizione di ciò che implica la nozione di habitus per l’Aquinate.
Conclusione
Dobbiamo ora rispondere al quesito che ci siamo posti
all’inizio: è possibile tradurre nei termini dell’Aquinate
la nozione di “carattere” come abbiamo cercato di delinearla
seguendo alcuni psicologi del nostro tempo?
Crediamo di sì. E crediamo che in questa traduzione
la nozione di habitus giochi un ruolo fondamentale: la sua natura di qualità,
la sua stabilità relativa, il fatto di essere ordinato all’azione,
la dipendenza della volontà, sono alcune caratteristiche del habitus
che avvicinano questa nozione a quella di carattere.
Un habitus solo, però, non fa il carattere. Abbiamo
segnalato la complessità unitaria del carattere. Possiamo dunque
definire il carattere secondo San Tommaso —seguendo un autore contemporaneo—
come «l’insieme ordinato degli abiti operativi pratici (affettivi,
cognitivi e conduttuali)» .
Da un punto di vista sempre tomista, possiamo accogliere
la distinzione che fa Robert Brennan nella sua Psicologia Tomista: «La
personalità può essere definita come la somma totale dei
nostri habitus razionali raggruppati attorno all’asse dell’intelletto.
Il carattere può essere allo stesso modo definito come la somma
totale dei nostri habitus morali raggruppati attorno all’asse della
volontà» .
Certamente si potrebbe discutere a lungo sulla precisione
di queste definizioni, ma siamo dell’avviso che possano essere un
buon chiarimento e un punto di partenza per far entrare in dialogo alcune
dimensioni della psicologia contemporanea con la filosofia e teologia
morali.
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