L'uomo nella filosofia di Karol Wojtyla
di ARIBERTO ACERBI
P. U. della Santa Croce / acerbi@pusc.it
La figura di Karol Wojtyla è spesso ricordata
per la santità della sua vita, i meriti della sua azione
pastorale e la fama universale della sua azione carismatica. Non
sempre ci si sofferma abbastanza sulla profondità della sua
opera letteraria, filosofica e teologica. Del resto egli fu un filosofo
di prima grandezza, docente universitario all’Università
di Lublino, ed era conosciuto proprio come filosofo anche prima
della sua elezione a cardinale di Cracovia, per i suoi studi fenomenologici,
per le sue analisi su Husserl, Scheler e Kant, nel segno di un confronto
proficuo con il pensiero metafisico di Aristotele e Tommaso d’Aquino.
Le recenti edizioni delle sue opere e diversi studi aiutano a far
luce su questo aspetto, certo non secondario della sua eredità
spirituale. In tale prospettiva, vorremmo tratteggiare il profilo
della sua antropologia filosofica.
La riflessione maturata nell’attività
docente e pastorale condusse Karol Wojtyla a spostare la sua ricerca
filosofica dall’etica all’antropologia. È caratteristico
della sua personalità e della sua concezione la compenetrazione
di questi momenti, e del suo pensiero con la sua vita. La prima
fase si può indicare in uno studio sull’etica di Max
Scheler (1953) e in Amore e responsabilità (1960);
la seconda fase si può indicare in Persona e atto
(1969) e nei lavori successivi.
Non si tratta, appunto, di due fasi distinte,
ma dello sviluppo di uno stesso pensiero: la regola fondamentale
di ogni rapporto umano è rispettare la dignità della
persona. L’uomo odierno manifesta in larga parte di aver smarrito
qual è la propria identità. È perciò
necessario mettere in luce la dignità della persona, e recuperare
la consapevolezza che l’uomo è un essere spirituale.
A tal proposito Wojtyla si sofferma sull’esperienza
dell’agire umano. L’agire non è solo una dimensione
caratteristica dell’uomo tra le altre. Esso è la dimensione
essenziale nella quale egli vive e mediante la quale riconosce se
stesso. La coscienza morale rivela a ognuno di noi come nell’agire
ognuno disponga di sé, non solo in vista di questo o quello
scopo particolare (il lavoro, lo sport, etc.), ma in vista del compimento
del proprio essere (autoteleologia). La coscienza mostra
il valore dei nostri atti: mostra che essi ci rendono buoni o malvagi.
La coscienza attesta, dunque, che il nucleo della
libertà è l’autodeterminazione, e coglie
se il nostro agire realizza o non realizza il vero bene del nostro
essere del nostro essere. La perfezione morale è lo scopo
dell’autodeterminazione e la volontà è l’organo
della sua attuazione. Solo un essere che può trascendersi
e superare il proprio interesse (utilità o piacere) può
compiere un atto perché è bene (o per dovere).
L’agire rivela la persona come quell’essere
che, tramite la coscienza e la libertà, possiede interamente
sé stesso. Peraltro, l’autopossesso sul piano
dell’agire non costituisce in senso totale la persona (perciò
non si possono escludere dal novero delle persone quanti sono, per
vari motivi, privati di tale capacità): l’autopossesso
è una proprietà della persona, che essa possiede in
virtù della sua natura spirituale: essa si possiede e non
è posseduta da altro; ma la persona esiste anche quando non
esercita la sua libertà (embrioni, malati terminali, etc.).
L’autopossesso, l’autodeterminazione,
l’avere come fine la propria perfezione, non chiudono la persona
in sé, come potrebbe sembrare. Tali aspetti ne qualificano
il modo di essere, perciò stabiliscono le condizioni e i
limiti di ogni suo rapporto. Come l’esperienza insegna, proprio
nel dono di sé, la persona ottiene il compimento della sua
umanità e l’affermazione piú alta della sua
libertà. Ma l’agire volto alla promozione del bene
dell’altro (partecipazione) richiede che si possieda se stessi
e che si riconosca nell’altro la propria stessa dignità.
L’antropologia, secondo Wojtyla dunque,
prende le mosse dall’osservazione dell’esperienza dell’essere
umano, particolarmente dell’agire morale. La coscienza e il
rapporto con gli altri ci offrono la conoscenza concreta dell’uomo,
che è presupposta nelle formule con le quali nella storia
della filosofia se ne è stata definita l’essenza: come
“animale razionale” (Aristotele), come “sostanza
individuale di natura razionale” (Boezio). L’uomo ci
si mostra così come “essere cosciente”, “capace
di autodominio”, “capace di donarsi”.
Com’è tipico dello stile circolare
di Wojtyla, tale termine della sua antropologia si congiunge al
principio e ne scaturisce l’etica dell’amore umano.
In Persona e atto, l’agire viene colto come espressione
del soggetto, viene studiato, come esso si presenta alla coscienza,
e come esso attui l’autodeterminazione e il compimento di
sé. L’ulteriore analisi di tali aspetti, nell’ultima
parte di quest’opera e nei saggi posteriori, porta a riconoscere
la perfezione dell’uomo nel dono di sé. Questa affermazione
era già tesi centrale di Amore e responsabilità,
ma ora il dono di sé viene esteso ad ogni rapporto umano:
ogni relazione tra persone deve essere plasmata dalla solidarietà
(e ciò sarà poi dei più ricorrenti del suo
magistero sociale).
Riprendiamo i momenti salienti di questo percorso
leggendo alcuni passi.
1. La coscienza, via di accesso alla persona.
«Grazie alla coscienza l’uomo vive interiormente se
stesso come soggetto. Vive interiormente e quindi è soggetto
nel senso più strettamente sperimentale. La comprensione
ha qui origine direttamente dall’esperienza senza alcun passaggio
intermedio. » (Persona e atto, in Metafisica
della Persona, p. 905).
2. Autopossesso della persona e libertà.
«Il possesso di sé ossia l’autopossesso, in quanto
specifica proprietà strutturale della persona, si manifesta
nell’azione per mezzo della volontà. […] L’uomo
decide di sé con la volontà, poiché possiede
se stesso. Nello stesso tempo la volontà, ogni reale “voglio”,
rivela, conferma e realizza l’autopossesso proprio soltanto
della persona, il fatto che essa è sui iuris» (ibidem,
p. 966).
3. Libertà e verità. «Per
“fare il bene ed evitare il male” […], l’uomo
deve continuamente […] quasi superare se stesso nel suo tendere
verso il bene vero. […] Senza questa trascendenza –
questo superamento e in certo senso senza crescita di sé
verso la verità e verso il bene voluto e scelto alla luce
della verità – la persona, il soggetto persona, in
un certo senso non è se stesso» (La persona: soggetto
e comunità, in ibidem, p. 1352).
4. Compimento e dono di sé. «L’autoteleologia
della persona [l’avere essa valore di fine e non di mezzo]
costituisce in qualche modo una soglia di riferimento, che condiziona
in modo fondamentale la formazione della grande comunità,
sia interpersonale sia sociale. […] L’uomo realizza
se stesso “attraverso l’altro”, raggiunge la propria
perfezione vivendo “per l’altro , in ciò soprattutto
giunge ad espressione non solo il trascendimento di sé verso
l’altro, ma anche il diventare più grande di se stesso»
(Trascendenza della persona nell’agire e autoteleologia
dell’uomo, in ibidem, p. 1418).
Bibliografia
Karol Wojtyla, Metafisica della persona.
(Tutte le opere filosofiche e saggi integrativi), Bompiani,
Milano 2003.
Rocco Buttiglione, Il pensiero dell’uomo
che divenne Giovanni Paolo II, Mondadori, Milano 1998.
Tadeus Styczen, Comprendere l’uomo.
La visione antropologica di Karol Wojtyla, Pontificia Università
Lateranense, Roma 2005.
Gorge Weigel, Testimone della speranza,
Mondadori, Milano 1999.
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