Eric Voegelin: l’uomo in tensione
verso l’infinito
di MARCELO CONSENTINO
P. U. della Santa Croce / m.consentino@virgilio.it
Una personalità poliedrica quella di Eric
Voegelin (Colonia 1901- California 1985) che, per la sua opposizione
al nazismo, fu costretto a emigrare negli Stati Uniti, dove svolse
una feconda attività didattica e di ricerca. Tornato in Germania
nel 1958 subentrò a Max Weber nell’insegnamento di
scienze politiche all’Università Ludwig-Maximilian
di Monaco, dove fondò l’Istituto di Scienze Politiche.
Intensa la sua attività editoriale, compendiata in The
Collected Works of Eric Voegelin (34 volumi, dei quali 32 già
disponibili) tra cui vanno segnalati gli 8 volumi della sua Storia
delle Idee Politiche, pubblicati postumi.
Per Voegelin l’esistenza umana è
essenzialmente esistenza in tensione. L’uomo non è
né mortale né immortale, né ignorante né
sapiente, né immanente né trascendente, ma si trova,
fin dai primi raggi della sua coscienza di sé, tra (in-between)
la morte e il suo anelito di immortalità, tra la precarietà
del suo essere e il suo desiderio di pienezza. Questa esperienza
primaria della condizione umana sarà il cuore e la chiave
stessa del suo pensiero, il quale emerge in tre punti fondamentali:
la sua teoria della coscienza, la sua concezione della storia e
la sua critica alla modernità.
L’uomo è un mistero per se stesso.
Nel fondo della sua anima rimane quell’incertezza sul fondamento
ultimo della propria esistenza. Ignorarne l’identità
significa riconoscerne dialetticamente l’esistenza. L’uomo
non potrebbe desiderare qualcosa di assoluto se lui, in un certo
modo, non partecipasse all’assoluto. L’anima è
così il luogo della tensione tra i poli immanente e trascendente
della realtà, e la coscienza umana è la luce che illumina
questo processo. Tra l’esperienza intima dell’uomo di
toccare l’assoluto e la sete di rappresentarla al suo prossimo
emergono il linguaggio, l’arte, i miti, i rituali e tutte
le forme che insieme formano l’auto-coscienza di ogni società,
cioè la cultura.
Così la storia dell’umanità
sarà la storia stessa della coscienza umana in cerca del
suo fondamento e della sua adeguata espressione. Prima di tutto
nella forma del mito, in cui il cosmo rimane la realtà ultima
all’interno della quale convivono in comunità dèi
e uomini, immortali e mortali. Poi nei due grandi “salti”
verso la trascendenza: la Filosofia greca, in cui l’anima
si scopre partecipante di un Principio, il Bene al di là
di tutte le cose, e la Rivelazione di Israele, in cui il Dio unico,
colui che è, si rivela come persona partecipante al destino
dell’umanità. La storia si mostra così come
questo dramma
dell’uomo in cerca di Dio, e di Dio in cerca
dell’uomo. Con l’epifania dell’Uomo-Dio Gesù
Cristo la coscienza dell’uomo su se stesso e su Dio raggiunge
un maximum.
Tuttavia, in un mondo svuotato delle figure mitiche,
la vertigine causata da questo Deus absconditus, trascendente,
inafferrabile -esperienza che il cristiano vive nella fede e nella
speranza- può diventare angosciante e insopportabile per
coloro che “anelano a un’esperienza massicciamente possessiva”.
L’uomo tenderà così a eclissare la presenza
del mistero riassorbendo il polo trascendente nell’immanenza,
sia nella sfera intellettuale, come nei sistemi filosofici di impronta
idealistica, sia invece nel campo dell’azione, come nei grandi
movimenti di massa del XX secolo che immanentizzano l’eschaton
cristiano nella promessa di un Regno di Dio in questo mondo: un
fine della storia dentro la storia. Ecco perché per Voegelin
lo spirito della modernità, piuttosto che in un “neo-paganesimo”
come vogliono alcuni, si esprime in una vera e propria deformazione
del Cristianesimo, nella quale l’uomo, non avendo più
bisogno di Dio, inscena tutto il dramma della Caduta, della Grazia
e della Redenzione all’interno di se stesso.
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